Procida a piedi: piccola mappa sentimentale di un’isola che si attraversa in quaranta minuti e si capisce in tre giorni

Una delle prime cose che ti dicono, quando arrivi a Procida, è che si gira meglio a piedi. Te lo dicono in tre o quattro modi diversi, da quando metti piede sul traghetto: te lo dice il signore che ti vende il biglietto, te lo dice la signora del B&B per email, te lo dice il primo abitante con cui scambi due parole appena sbarcato. Te lo ripetono con una insistenza affettuosa che, all’inizio, sospetti sia una forma di scaramanzia turistica.

Poi cominci a camminare, e capisci che non era un consiglio. Era una constatazione.

Procida misura quattro chilometri quadrati. Per dare una proporzione: è grossomodo la dimensione di un quartiere medio di una città italiana. Puoi attraversarla, da Marina Grande a Chiaiolella, in circa quaranta minuti di passo tranquillo. Quaranta. Il tempo di un’episodio di una serie televisiva. Il tempo di una pausa pranzo. Il tempo, insomma, in cui dovresti riuscire a “vederla tutta”, se Procida fosse il tipo di posto che si lascia vedere tutto in quaranta minuti.

Non lo è. E questo articolo è il tentativo onesto di spiegarti perché.

Il problema dei quaranta minuti

C’è una specie di malinteso, con le isole piccole, che andrebbe affrontato subito. Pensiamo che siano semplici perché sono piccole. È un’equazione che funziona in matematica e quasi mai nella vita reale. Le isole piccole, al contrario, tendono a essere terribilmente complicate, perché ogni metro quadrato si è specializzato in qualcosa di specifico. Non hanno lo spazio per essere generiche.

Procida è il caso da manuale. In quaranta minuti di camminata attraversi almeno cinque microambienti diversi, ognuno con la sua personalità, la sua luce, il suo dialetto interno, il suo modo di trattare i forestieri. Se cammini di fila e non ti fermi mai, li vedi tutti e non ne capisci nessuno. È come scorrere il dito su una libreria e dire di aver letto i libri.

Quindi questo non è un articolo che ti dice “fai questo percorso, ci metti X tempo, arrivi qua”. Questo è un articolo che ti propone un’altra cosa: rallentare. Spezzare i quaranta minuti in tre giorni. Lasciare che l’isola si sveli con i suoi tempi, che sono tempi sospettosamente diversi dai nostri.

Giorno uno: Marina Grande e il versante che ti accoglie senza chiederti niente

Sbarchi a Marina Grande, e la prima cosa che ti colpisce — l’ho detto altrove ma vale la pena ripeterlo — sono le case. Quella facciata stratificata di gialli, rosa, ocra, azzurri, verdi. Sembra una tavolozza che qualcuno ha appoggiato sul porto e si è dimenticato di riprendere.

Il primo errore che farai, e lo dico con la consapevolezza di chi l’ha fatto, è cercare subito di andare “da qualche parte”. Resisti. Marina Grande, il borgo del porto, è un posto che chiede di essere attraversato lentamente. Le strade sono strette, quasi tutte in salita anche quando sembrano piane (è un’illusione ottica che Procida pratica con disinvoltura), e ai lati ci sono botteghe, piccoli alimentari, bar con due tavolini e una tenda da sole color senape.

Il bar dove ho preso il mio primo caffè a Procida si chiamava — o forse si chiama ancora — qualcosa come Bar Capriccio. Era gestito da un signore con un grembiule bianco e uno sguardo da chi ha visto sbarcare turisti per quarant’anni e ha smesso di stupirsi. Mi servì un espresso che era quasi una dichiarazione politica: forte, scuro, denso, accompagnato da un bicchiere d’acqua che mi guardò con un’aria che voleva dire “bevila, ti servirà”.

Cosa fare il primo giorno, davvero:

Cammina lungo Via Roma, che è la spina dorsale di Marina Grande. È piena di piccoli negozi, di banchi di pesce fresco al mattino presto, di pasticcerie che fanno la lingua di suocera ripiena di crema al limone. Fermati a comprarne una. Non è una raccomandazione gastronomica, è un dovere civico.

Sali fino alla Chiesa di Santa Maria della Pietà, che si affaccia sul porto. Entraci. È un piccolo gioiello settecentesco che quasi nessuno menziona nelle guide perché si trova in un punto che sembra “di passaggio”. Ha una pavimentazione in maiolica che da sola vale la deviazione.

Pranza in una delle trattorie che si affacciano sulla strada principale. Non scegliere quella con il menu in cinque lingue. Scegli quella dove il menu è scritto a mano su una lavagna e cambia ogni giorno. Se hai dubbi, chiedi al cameriere “cosa mi consiglia oggi”. Se ti risponde “qualsiasi cosa”, cambia ristorante. Se ti risponde con un piatto specifico, hai trovato il posto giusto.

Il pomeriggio del primo giorno è dedicato a un’unica cosa: salire a Terra Murata.

Terra Murata, ovvero la salita che vale tutte le calorie del pranzo

Terra Murata è il borgo fortificato che si trova nel punto più alto dell’isola. Novanta metri sul livello del mare. Non sembra molto, scritto così. Ti garantisco che, quando affronti la salita con un caffè di troppo in corpo e il sole di mezzogiorno in faccia, novanta metri sembrano i contrafforti delle Dolomiti.

Si sale per Via San Michele, una strada che si arrampica con una pazienza geometrica, fatta di piccoli scalini intervallati da tratti pianeggianti. Lungo la strada incontri muri di tufo giallastro, archi medievali, balconi con i panni stesi, vasi di basilico così rigogliosi che ti viene voglia di chiedere al proprietario qual è il segreto (è l’aria di mare, ti risponderebbe; è sempre l’aria di mare).

Quando arrivi in cima, hai davanti il Palazzo d’Avalos. Costruito nel Cinquecento come residenza nobiliare, trasformato nell’Ottocento in carcere, e funzionante come tale fino al 1988. Pensaci un attimo: nel 1988 c’era Michael Jackson in cima alle classifiche e a Procida c’era ancora gente in galera con vista sul golfo di Napoli. Le incongruenze italiane hanno sempre questo modo di affiorare quando meno te lo aspetti.

L’Abbazia di San Michele Arcangelo, accanto al palazzo, è aperta al pubblico e merita assolutamente una visita. Custodisce un soffitto ligneo dipinto, una biblioteca antica di tutto rispetto e un piccolo museo che racconta la storia dell’isola. C’è anche una cripta, se hai il coraggio di scendere; io ce l’ho avuto solo perché il custode mi stava guardando e non volevo fare la figura del codardo.

Da Terra Murata, prima di scendere, fai una cosa: trova un muretto, siediti, e guarda Marina Corricella dall’alto. Dista poche decine di metri sotto di te, ma da lì sembra un presepe. È, probabilmente, la vista più fotografata di Procida. E nonostante questo, riesce ancora a sorprenderti.

Dove cenare il primo giorno:

Scendi giù alla Corricella per cena. La discesa è una scalinata che si fa in cinque minuti, in salita ne richiederà venti, ma a quel punto avrai mangiato bene e non te ne importerà più niente. I ristoranti della Corricella sono tutti più o meno simili nel modello: tavolini sul lungomare, sedie di legno, menu basato sul pescato del giorno. Diffida del menu turistico fisso. Vai sull’antipasto di mare, sugli spaghetti alle vongole, sul pesce alla griglia. È un programma noioso a leggerlo. È perfetto a mangiarlo.

Giorno due: la spina dorsale, le spiagge dell’occidente, e Vivara

Il secondo giorno è quello in cui scopri che Procida non finisce a Marina Grande. C’è un’altra Procida, quella centrale e occidentale, che si raggiunge percorrendo Via Vittorio Emanuele e poi Via Libertà, le due strade che attraversano l’isola da nord a sud.

A piedi, intendiamoci. Si può fare in autobus — c’è un piccolo servizio che collega i punti principali — ma fidati: a piedi è meglio. Lungo la strada attraversi quartieri residenziali, piccole piazze, scuole, una banca, una farmacia. Vedi la Procida che vive, non quella che si fa fotografare. Vedi i bambini che escono da scuola, le signore che fanno la spesa, gli anziani seduti fuori dai bar con il giornale aperto sulla pagina dello sport.

È una camminata di circa venti minuti, in piano, ed è esattamente il tipo di camminata che ti riconcilia con l’idea di viaggiare lentamente.

Arrivi a Chiaiolella, sull’altro versante dell’isola. E qui Procida ti regala un secondo porto, completamente diverso da Marina Grande. Più ampio, più ordinato, con una promenade dove al tramonto si raduna mezzo paese per fare la classica passeggiata serale. Le barche sono diverse: meno pescherecci, più imbarcazioni da diporto. Anche l’atmosfera è diversa. Marina Grande è il porto del lavoro, Chiaiolella è il porto del tempo libero.

E poco distante c’è Vivara.

Una digressione doverosa su Vivara:

Vivara è un isolotto a forma di mezzaluna collegato a Procida da un ponte pedonale. Tecnicamente è un’altra isola, ma talmente piccola e talmente attaccata che sembra una propaggine. Per anni è stata chiusa al pubblico, riserva naturale protetta, e si poteva solo guardarla dall’esterno con quella malinconia tipica di chi sa di avere una cosa bellissima a portata di mano e non può toccarla.

Da qualche tempo è di nuovo accessibile, ma solo con visite guidate prenotate in anticipo e in piccoli gruppi. Te lo dico perché vale la pena organizzarsi prima. Vivara è un’isola minuscola — settanta ettari scarsi — ma è uno degli ecosistemi mediterranei meglio conservati che mi sia capitato di vedere. Camminandoci sopra capisci come dovesse essere il Mediterraneo prima che ci mettessimo le mani sopra. È un’esperienza che vale tre articoli, non riuscirò a renderla giustizia in un paragrafo.

Le spiagge del secondo giorno:

Da Chiaiolella si raggiungono a piedi due delle spiagge più belle dell’isola. Ciraccio, lunga e sabbiosa, perfetta per chi vuole stendersi senza troppi pensieri. E Pozzo Vecchio, la famosa “spiaggia del Postino”, che si raggiunge attraverso una stradina che taglia per i campi e ti consegna improvvisamente a una baia di sabbia scura, racchiusa tra promontori.

A Pozzo Vecchio ci sono andato due volte, in due stagioni diverse. La prima a luglio, ed era affollata ma non insopportabile. La seconda a metà settembre, e c’erano tre persone in tutto. Mi piacerebbe dire che la seconda è stata più bella, ma sarei un bugiardo: erano bellissime entrambe, in modi diversi. A luglio sentivi la vita dell’estate addosso, le voci dei bagnanti, il profumo della crema solare, la musica leggera che usciva da qualche radio lontana. A settembre sentivi solo le onde e qualche gabbiano. Entrambe le esperienze sono Procida. Solo che la maggior parte dei turisti vede solo la prima.

Giorno tre: tornare indietro lentamente, e Marina Corricella per davvero

Il terzo giorno è quello che separa i visitatori dai viaggiatori. Il visitatore parte la sera del secondo giorno, soddisfatto di aver visto “tutto”. Il viaggiatore resta un altro giorno e scopre che non aveva visto niente.

Dedica il terzo giorno a tornare indietro. Sì, hai capito bene. Torna a Marina Corricella, ma questa volta non per fotografarla. Torna per starci.

Marina Corricella è il borgo di pescatori sotto Terra Murata. Ci sei già passato il primo giorno, magari ci hai cenato. Ma c’è una differenza enorme tra cenare in un posto e abitarlo per qualche ora. La Corricella, di mattina, è un’altra cosa rispetto alla Corricella della sera. La mattina presto vedi i pescatori che rientrano, le reti che vengono distese, i gatti che si svegliano con la dignità di sovrani in esilio. Vedi le signore che lavano i panni in piccoli lavatoi comuni — sì, esistono ancora — e li stendono fuori dalle finestre.

Trova un caffè e siediti lì per due ore. Non con il telefono in mano. Con un quaderno, se ne hai uno. O semplicemente con gli occhi. Guarda. È un esercizio che abbiamo disimparato e che la Corricella, generosamente, ci offre l’occasione di rifare.

Cosa mangiare a Procida che non ti ho ancora detto:

Il pomeriggio del terzo giorno, prima di prendere il traghetto, fai una cosa: cerca una delle pasticcerie storiche del centro e ordina una “lingua di bue” alla crema di limone. È un dolce a base di pasta sfoglia, ripieno di crema chiara fatta con il limone procidano, e ha una storia che si perde nel tempo. Mangiala camminando, lasciando che le briciole cadano sul lungomare di Marina Grande.

E poi, se sei rimasto a pranzo, ordina almeno una volta nella vita una insalata di limoni. L’ho già raccontata in altri articoli, ma vale la pena ripeterla: limoni a fette spesse, olio, aglio, menta, peperoncino. Una semplicità imbarazzante che funziona per ragioni misteriose. È uno di quei piatti che non puoi spiegare a chi non l’ha provato. Devi solo fidarti.

Una mappa che non puoi disegnare

Ho cercato di darti una mappa, in questo articolo. Tre giorni, tre quartieri, tre versanti dell’isola. Ma la mappa vera di Procida non si disegna così. La mappa vera è quella che ti costruisci dentro mentre cammini, fatta di angoli che ti sono piaciuti per ragioni che non sai spiegare, di profumi che hai annusato senza identificarli, di persone con cui hai scambiato due parole alla fontana e che non rivedrai mai più.

È una mappa sentimentale, appunto. E le mappe sentimentali hanno la caratteristica di non essere trasferibili: la tua sarà diversa dalla mia, che sarà diversa da quella di chiunque altro ti abbia preceduto.

Quello che posso dirti, in chiusura, è questo: Procida non si attraversa in quaranta minuti perché Procida non è un luogo da attraversare. È un luogo da abitare brevemente. E gli unici che la capiscono davvero sono quelli che hanno smesso di chiedersi “cosa devo vedere oggi” e hanno iniziato a chiedersi “dove voglio sedermi adesso”.

Se quando torni a casa ricordi il colore esatto di una porta, la voce di un signore che ti ha detto buongiorno alla fontana, il sapore di un caffè preso senza fretta in una piazzetta che non ricorda nessuno, allora hai capito Procida. E hai capito anche, probabilmente, una cosa più generale sul viaggiare che vale per tutte le isole piccole del mondo.

Quaranta minuti per attraversarla. Tre giorni per capirla. Una vita, forse, per dimenticarla. E lo dico nel senso più affettuoso possibile: non ci riuscirai.