Formentera, ovvero come perdere la cognizione del tempo su un’isola lunga venti chilometri
La prima cosa che noti, quando il traghetto da Ibiza inizia ad avvicinarsi, è che Formentera non sembra prendersi particolarmente sul serio. Si stiracchia all’orizzonte come un gatto sornione, lunga e bassa, priva di quei profili drammatici che ci si aspetterebbe da un’isola spagnola di una certa fama. Non ha picchi, non ha skyline, non ha nemmeno un aeroporto — un dettaglio che, una volta sbarcati, ti si rivela come una piccola, ostinata vittoria contro il mondo moderno.
L’isola è lunga circa diciannove chilometri. Ho controllato due volte perché mi sembrava un’esagerazione. In certi punti è larga appena un chilometro e mezzo, il che significa che, teoricamente, potresti fare colazione in una baia, attraversare l’isola in bicicletta e fare il bagno in un’altra prima che il caffè ti sia passato.
Indice
Un’isola che si attraversa tra una sigaretta e l’altra
Formentera è la più piccola delle Baleari abitate, con circa dodicimila residenti e una rete stradale che si potrebbe disegnare su un tovagliolo. Ci si muove in scooter, in auto microscopica o — soluzione preferita da chiunque abbia un minimo di buon senso — in bicicletta. Esistono percorsi segnalati, i camins verds, trentadue itinerari che attraversano l’entroterra passando accanto a muretti a secco, cisterne ottocentesche e capre con un’espressione molto critica.
Il punto più alto dell’isola si chiama Sa Talaiassa e misura centonovantadue metri. È più o meno l’altezza di un palazzone milanese, ma qui, in mezzo al piatto, sembra una vetta alpina. Da lassù, nelle giornate limpide, si vede Ibiza a nord e, se sei fortunato e hai bevuto il giusto, anche un pezzo di Maiorca.
Le spiagge, ovvero perché tutti continuano a parlarne
Ses Illetes è il motivo per cui mezzo mondo prenota il traghetto per Formentera. Una lingua di sabbia bianchissima che si protende verso nord, fiancheggiata da acqua talmente trasparente che le barche all’ancora sembrano levitare. Compare regolarmente nelle classifiche delle migliori spiagge del mondo, e per una volta le classifiche hanno ragione.
Il segreto sta sotto la superficie. Le praterie di Posidonia oceanica che circondano l’isola sono Patrimonio UNESCO dal 1999, e funzionano da filtro naturale: la sabbia resta pulita, l’acqua resta limpida, e quel colore turchese che sembra ritoccato in post-produzione è semplicemente vero. La posidonia, peraltro, è una pianta — non un’alga, come continua a ripetermi un signore con un cappello di paglia in spiaggia — e alcune colonie hanno più di centomila anni, il che la rende uno degli organismi viventi più antichi del pianeta.
Se Ses Illetes è troppo affollata, e a luglio lo è, ci sono alternative. Migjorn, sulla costa sud, è una distesa di sei chilometri dove riesci sempre a trovare un angolo. Cala Saona, a ovest, è più piccola e raccolta, perfetta per i tramonti. Llevant, dirimpetto a Ses Illetes ma sul lato opposto della lingua di sabbia, è quasi sempre meno frequentata per ragioni che non sono mai riuscito a comprendere.
L’entroterra, dove le cose si fanno deliziosamente strane
Allontanati dalla costa di qualche centinaio di metri e cominci a notare i fichi. Non sono fichi qualunque: sono fichi con le stampelle. I contadini formenterani sostengono i rami con pali di legno disposti a raggiera, formando strutture che assomigliano a tendoni da circo o a ragni giganti in pausa pranzo. Si chiamano figueres ajagudes, fichi sdraiati, e servono a permettere all’albero di espandersi orizzontalmente, sfruttando ogni centimetro di terreno fertile. Ne ho contati quattordici di particolarmente impressionanti in un solo pomeriggio, prima di rinunciare e accettare che fanno semplicemente parte del paesaggio.
Sant Francesc Xavier è il capoluogo, anche se la parola “capoluogo” suggerisce una grandezza che qui non c’è. C’è una piazza, una chiesa fortificata del Settecento che sembra più un bunker che un edificio religioso (i pirati barbareschi erano un problema serio), e una manciata di bar dove la gente del posto guarda il mondo passare senza darsi pena di commentarlo.
Più a est, il villaggio di pescatori di Es Caló de Sant Agustí conserva gli escars, gli scivoli di pietra dove le barche venivano tirate in secca. Sembra una scenografia, ma è tutto autentico e ancora in uso, in un equilibrio fragile tra cartolina e quotidianità.
Poi ci sono i fari. Il Far de la Mola, sulla punta orientale, è quello dove Jules Verne ambientò una scena de Il faro in capo al mondo, e c’è una targa che lo ricorda con un certo orgoglio. Il Far des Cap de Barbaria, all’estremità sud-ovest, è il finale di una strada che attraversa un altopiano lunare e si conclude dove si conclude la terra. Al tramonto è uno dei posti più affollati e più belli dell’isola contemporaneamente, il che è un piccolo miracolo logistico.
La sera, quando l’isola cala il sipario
Formentera non è Ibiza, e questa frase andrebbe stampata su tutti i biglietti del traghetto. Niente discoteche enormi, niente DJ con nomi monosillabici, niente file di SUV davanti ai locali. La sera si mangia pesce, si beve vino bianco locale (il vi pagès, che ha un suo carattere ruvido e simpatico), si ascolta qualcuno suonare la chitarra in un cortile, e poi si va a dormire perché il giorno dopo c’è da andare in spiaggia.
I piatti da provare sono la bullit de peix (zuppa di pesce servita in due tempi, prima il brodo con il riso, poi il pesce), l’ensalada payesa con pesce essiccato, e la frita de polp, polpo saltato con patate e peperoni. Niente di sofisticato, tutto sorprendentemente memorabile.
Quando andare, come arrivare, cosa portare
Formentera si raggiunge solo via mare. I traghetti partono da Ibiza, dal porto di La Savina, e impiegano tra i venticinque e i quarantacinque minuti a seconda della compagnia e del meteo. In alta stagione corrono ogni mezz’ora dalle sette del mattino a sera.
Il periodo migliore va da maggio a ottobre. Luglio e agosto sono caldi e affollati; giugno e settembre sono il compromesso perfetto tra temperatura del mare e quantità di esseri umani con cui condividerlo. Maggio e ottobre hanno il vantaggio della quiete e lo svantaggio di un vento, la tramontana, che a volte decide di farsi sentire con una certa convinzione.
Cosa portare: meno cose di quante immagini. Costume, infradito, un libro che hai sempre rimandato, una maglietta leggera per la sera, e una buona disposizione ad accettare che, dopo tre giorni, smetterai di guardare l’orologio. Non perché te lo sei imposto, ma perché ti sarai dimenticato del perché lo guardavi.
E allora, sospetto, l’isola avrà vinto.
