Praga di notte: la città dopo che i turisti vanno a dormire
Esistono due Praghe e non si incontrano mai. La prima è quella delle dieci di mattina: file ordinate davanti all’Orologio Astronomico, guide con la bandierina rossa sopra la testa, gruppi di cinquanta persone che si fermano dove si ferma il primo e ripartono dove riparte il primo, in una coreografia da banco di tonni. La seconda Praga si accende intorno alle ventitré, quando l’ultimo pullman da Karlovy Vary ha scaricato i suoi passeggeri all’hotel, e l’ultimo gruppo di addii al celibato britannico è stato — con sollievo di tutti — chiuso a chiave dentro qualche club di Wenceslas Square. È a quel punto che la città medievale, finalmente, espira.
Praga di notte non è Praga di giorno con meno luce. È un’altra Praga. È una città che, lasciata sola, si comporta come si comportava prima che qualcuno la trasformasse in destinazione. Cammini per Karlova Street alle undici e mezza e non senti più la suoneria delle valigie a rotelle sui sampietrini. Senti i tuoi passi, sui sampietrini, e questa è già un’esperienza in sé.
Indice
Le sei e mezza del pomeriggio, però, esistono ancora
Per arrivare alla notte di Praga bisogna passare dalla sera, e la sera ceca ha una sua liturgia precisa. Comincia alle quindici, quando aprono le pivnice. Una pivnice non è un pub e non è un bar: è una birreria pubblica nel senso letterale, un posto dove si entra, ci si siede a un tavolo lungo con sconosciuti, si ordina la birra senza dirlo (te la portano d’ufficio) e si resta lì finché non si decide di andare a casa.
A U Zlatého Tygra, in Husova Street, la coda davanti alla porta si forma quindici minuti prima delle tre. Sono anziani con la coppola che vengono qui da quarant’anni e hanno il loro posto prenotato a vita — un posto che, dice la leggenda, non cederebbero nemmeno alla regina d’Inghilterra. Hrabal sedeva al tavolo in fondo, vicino alla cucina, e ci ha scritto pezzi della sua opera. Nel gennaio del 1994 Václav Havel ci portò Bill Clinton per spiegargli che cosa fosse, davvero, la cultura ceca: tre birre, una cotoletta, e nessuna jogging session il mattino dopo. La Pilsner Urquell, qui, viene servita non pastorizzata e da serbatoi: ha una schiuma cremosa, alta tre dita, e un sapore che non assomiglia a nessuna delle Pilsner che bevi a Praga sul Ponte Carlo, dove pagano l’affitto e te lo fanno pagare tu nel boccale.
Il tavolo lo dividi con sconosciuti. È normale. Si chiama štamgastství, ed è una delle istituzioni sociali più sottovalutate della Mitteleuropa.
Cena leggera, perché la notte è lunga
Si mangia poco e bene: utopenec (salsiccia marinata sott’aceto, traduzione letterale “annegato”, e non chiedere il perché), nakládaný hermelín (camembert sott’olio con cipolla), gulasch in piccole porzioni di accompagnamento. Niente svíčková, niente vepřo-knedlo-zelo da turista in calzoni corti. La cucina ceca seria, di sera, è leggera: è progettata per accompagnare la birra, non per surclassarla.
Esci dalla pivnice verso le otto, le otto e mezza. Praga, fuori, ha cambiato colore.
Il momento delle lampade a gas
Dal 2002 il centro storico di Praga ha riportato in vita un’illuminazione che la modernità aveva spento: le lampade a gas. Sono circa settecento, distribuite lungo l’intera Via Reale — dalla Torre delle Polveri attraverso Celetná, Piazza della Città Vecchia, Karlova, Ponte Carlo, Mostecká, Malostranské náměstí, su per Nerudova fino al Castello e a Loreta. È un percorso lungo, lento, esattamente quello che facevano i re di Boemia per andare all’incoronazione. Lo puoi fare anche tu, di notte, gratis, senza biglietto, senza guida, senza qualcuno che ti spinga.
Le lampade a gas non sono uguali alle lampade elettriche. Producono una luce bianca, leggermente azzurra, con un sibilo appena percepibile se ti fermi sotto. Non illuminano: indorano. Cambiano la temperatura di colore della pietra, della tua pelle, dei sampietrini bagnati di pioggia (e a Praga, da ottobre a marzo, i sampietrini sono quasi sempre bagnati di qualcosa). Camminare in Nerudova alle dieci di sera sotto le lampade a gas, con la salita che si arrampica verso il Castello e le insegne barocche delle case — il Cervo Rosso, le Due Volpi, il Sole d’Oro, l’Aquila Nera, ognuna con il suo bassorilievo perché in un’epoca senza numeri civici dovevi pur dire dove abitavi — è una di quelle esperienze urbane che non si dimenticano e di cui, sospetto, parlerai per anni a chi non c’è stato.
Ponte Carlo, finalmente
Il Ponte Carlo di giorno è ingovernabile: caricaturisti, suonatori di pianoforte a coda trascinato a forza, ritrattisti, statue viventi argentate, venditori di selfie stick, e una marea umana che lo attraversa lentamente in entrambe le direzioni come due fiumi che faticano a incrociarsi. Il Ponte Carlo dopo le undici di sera è un altro pianeta. Le trenta statue barocche — quei santi neri di patina e di pioggia, allineati su entrambi i parapetti — finalmente le vedi. La Visione di Santa Luitgarda di Matyáš Bernard Braun, dodicesima sulla sinistra venendo dalla Città Vecchia, è uno dei massimi capolavori del barocco ceco e di giorno la guardi tra sei teste di sconosciuti. Di notte è tua. Te la racconta. Cristo si china dalla croce a far bere Luitgarda dal proprio costato e tu, se sei il tipo che si commuove davanti alla pietra che imita la stoffa, hai materiale per dieci minuti buoni.
Sotto, la Moldava scorre senza fare rumore. È il fiume più silenzioso che mi sia capitato di sentire — sospetto, anzi, che a Praga la pace urbana l’abbia inventata lui. Sopra, il Castello illuminato sembra esagerare, come fa ogni tanto.
Una cosa, però, va detta con onestà: il famoso lampionaio in livrea ottocentesca, quello con il bastone di bambù di due metri e mezzo, non passa tutte le sere. Passa solo durante l’Avvento, dall’inizio di dicembre fino al 23, intorno alle quattro del pomeriggio. Negli altri mesi le lampade a gas si accendono automaticamente, e va benissimo lo stesso: il risultato visivo è identico, e tu non devi metterti in fila con altre cinquanta persone per fotografare un signore alto che fa il suo lavoro.
Malá Strana, la parte bassa della collina, è la Praga che ti immagini
Attraversi il ponte, supera la Torre del Ponte di Malá Strana, e nel giro di trenta metri sei in un’altra epoca. Malá Strana è il quartiere ai piedi del Castello: vicoli stretti, palazzi barocchi color pastello — quel giallo Maria Teresa, quel rosa Habsburg, quel verde acqua che non esiste in nessun’altra parte d’Europa — corti interne con fontane che non funzionano dal 1882, e una rete di stradine che salgono e scendono senza una vera logica geometrica. Di giorno è tollerabile. Di notte è inebriante.
Imbocca Tržiště, poi Vlašská, sali per Šporkova, scendi per Jánský vršek, attraversa il giardino Vrtba se ti capita di vederne il portone aperto — non capita quasi mai, di notte, ma di giorno almeno saprai che esiste e potrai tornarci. Sbatti in piazzette di cui non sapevi l’esistenza, in scalinate medievali, in fontane lapide con angeli grassi che reggono cornucopie spezzate. Non c’è quasi nessuno. Ogni tanto una coppia che torna da cena, un gatto, una finestra accesa al primo piano da cui esce odore di cipolla soffritta.
John Lennon, ovviamente
Da qualche parte, nelle viuzze di Malá Strana, ti imbatterai nel Muro di John Lennon. È un muro coperto di graffiti dai primi anni Ottanta: dipinto e ridipinto migliaia di volte, simbolo della resistenza giovanile al regime comunista, oggi cliché internazionale ma pur sempre commovente nella sua testarda continuità. Di giorno è una processione di influencer in tenuta hippy. Di notte ci sei tu, due studenti di Erasmus con la chitarra, e i fantasmi del 1988. Non è la cosa più importante che vedrai a Praga, ma è una delle più sincere.
Dove finisce la notte
A Praga la notte non finisce nei locali. Finisce, paradossalmente, nelle birrerie tarde — quelle che restano aperte fino all’una, alle due — o nei vinárna, i wine bar che a Vinohrady e in Žižkov hanno colonizzato vecchi negozi di alimentari riadattati. Žižkov, soprattutto, è il quartiere più alcolico d’Europa per densità di locali per metro quadrato: una statistica che i suoi abitanti raccontano con un misto di orgoglio e di esaurimento. Da U Sadu, in Škroupovo náměstí, si beve birra alla spina fino a tardi, in un’atmosfera che è il contrario esatto della Praga da cartolina e proprio per questo, secondo me, ne è la versione più onesta.
Oppure non finisce affatto. Cammini fino al Mostecká bridge, sali per la salita di Hradčany, arrivi a Hradčanské náměstí davanti al Castello dove tronfeggia il candelabro a gas a otto bracci alto otto metri e mezzo — la lampada a gas più bella di Praga, dicono, e dicono bene. Da lì la città si stende sotto di te: cento campanili, sei ponti, una luce gialla che lampeggia in lontananza, il Petřín che è nero, la Moldava che è nera, e tu che pensi una di quelle cose vagamente filosofiche che le città straniere ti spingono a pensare quando sono le due di notte e nessuno ti vede.
La regola della seconda volta
A Praga, se vieni una sola volta, vedrai la Praga di giorno: l’Orologio, il Ponte, il Castello, la sinagoga, il Vicolo d’Oro. Avrai fatto bene il tuo compitino, sarai tornato a casa con quattrocento foto di cui ne riguarderai due. La seconda volta — perché torni, a Praga si torna sempre — fanne una diversa. Resta qui dieci giorni, dormi, e poi alle ventitré esci. Cammina senza meta lungo la Via Reale. Bevi una Pilsner non pastorizzata seduto vicino a uno sconosciuto. Attraversa il Ponte Carlo quando le statue ti guardano una per una. Sali per Nerudova sotto le lampade a gas.
È una città diversa. È la stessa città, beninteso, ma è quella che usano gli abitanti, e gli abitanti — di solito — sanno qualcosa che i turisti non sanno.
